Componenti delle Fotocamere

Una fotocamera digitale è un sistema complesso, composto da diversi elementi che lavorano in sinergia per trasformare la luce in un’immagine. Comprendere il ruolo dei principali componenti delle fotocamere è il primo passo per capire come è fatta una fotocamera e come funziona.

Oggi, le fotocamere mirrorless rappresentano lo standard di riferimento, mentre gli smartphone hanno reso la fotografia accessibile a chiunque, seppur adottando un approccio per molti versi differente. Nonostante queste differenze, molti elementi fondamentali restano comuni a qualsiasi fotocamera e sono stati ereditati, magari, dalle macchine analogiche dei secoli scorsi.

In questo articolo analizzeremo i principali componenti di una macchina fotografica, spiegandone funzione e ruolo nel processo di acquisizione dell’immagine, così da offrire una visione chiara e concreta del funzionamento di una moderna fotocamera digitale.

Obiettivo

L’obiettivo può essere considerato come l’occhio della fotocamera: è il sistema ottico incaricato di raccogliere la luce proveniente dalla scena e di convogliarla verso il sensore, sul quale verrà poi registrata l’immagine.

Nikon AF S 85mm f/1.8 G
Un classico obiettivo da ritratto

Dalle caratteristiche dell’obiettivo dipende in gran parte l’estetica della fotografia. In primo luogo, la sua lunghezza focale (quel valore espresso in millimetri, come 14mm, 50mm o 200mm) determina l’ampiezza dell’angolo di campo inquadrato e il conseguente ingrandimento del soggetto, influenzando anche, in modo indiretto, la resa prospettica dell’immagine.

Di questi temi abbiamo parlato in modo molto dettagliato nell’articolo dedicato agli obiettivi fotografici, che vi invitiamo a leggere nel caso voleste approfondire.

Oltre all’angolo di campo, dall’obiettivo dipendono anche l’estensione della profondità di campo e, in parte, la qualità d’immagine complessiva. Un ruolo fondamentale in questo senso è svolto dal diaframma, un meccanismo presente all’interno dell’obiettivo che regola la quantità di luce in ingresso.

Variando l’apertura del diaframma è possibile controllare sia l’esposizione sia la profondità di campo, influenzando in modo significativo l’aspetto finale della fotografia. In virtù del suo ruolo centrale nell’ambito della tecnica fotografica, abbiamo dedicato un articolo di approfondimento anche al diaframma e alla sua apertura.

Molti obiettivi moderni integrano un sistema di stabilizzazione ottica dell’immagine (OIS), progettato per compensare i piccoli movimenti della fotocamera durante lo scatto e ridurre il rischio di immagini mosse, soprattutto quando si utilizzano tempi di esposizione lunghi o focali elevate. Torneremo a parlare più dettagliatamente di questo sistema in un’altra sezione di questo articolo.

Sorvolando su alcune situazioni puramente eccezionali, gli obiettivi sono componenti delle fotocamere assolutamente indispensabili: qualunque macchina fotografica prevede infatti un sistema ottico, senza il quale non sarebbe possibile formare un’immagine sul sensore.

compatta panasonic lumix tz 200
Obiettivo (fisso) integrato in una fotocamera compatta

Tuttavia, non tutte le fotocamere adottano la stessa soluzione costruttiva. Sono macchine fotografiche ad obiettivo fisso le compatte, le bridge e gli smartphone, nei quali l’ottica è progettata come parte integrante del corpo macchina.

In questi dispositivi, le dimensioni estremamente ridotte impongono forti limiti fisici alle ottiche, che vengono in parte compensati dall’elaborazione software e, sempre più frequentemente, da soluzioni offerte dall’Intelligenza Artificiale.

Le mirrorless (come anche le reflex, in passato) sono invece fotocamere ad obiettivo intercambiabile: l’ottica può essere sostituita in base al soggetto e al genere fotografico, offrendo una flessibilità operativa nettamente superiore.

Sensore

Se abbiamo definito l’obiettivo come l’occhio della fotocamera, il sensore può essere considerato il suo cuore, e ne rappresenta probabilmente il componente più importante.

Nelle moderne fotocamere digitali, il sensore ricalca la funzione che aveva la pellicola nei sistemi analogici: è l’elemento incaricato di assorbire la luce che filtra attraverso l’obiettivo, affinché possa essere utilizzata per formare l’immagine.

Sensore di una macchina fotografica digitale full frame

Dal punto di vista costruttivo, il sensore fotografico è composto principalmente da silicio e presenta sulla sua superficie milioni di minuscoli elementi sensibili alla luce, chiamati fotodiodi. Ognuno di essi corrisponde a un pixel dell’immagine finale.

Dal numero di fotodiodi presenti sul sensore dipende la risoluzione della fotocamera: ad esempio, un sensore dotato di 24 milioni di fotodiodi permetterà di registrare immagini da 24 megapixel.

L’aspetto più importante del sensore (ancor prima della risoluzione) è però la sua dimensione fisica, ossia l’effettiva estensione della sua superficie. Da sottolineare che dimensione del sensore e risoluzione sono del tutto indipendenti: fotocamere con lo stesso numero di megapixel possono montare sensori di dimensioni molto diverse.

A parità di risoluzione, un sensore più grande dispone di fotodiodi mediamente più ampi, in grado di raccogliere una maggiore quantità di luce. Questo si traduce, in termini pratici, in una migliore resa con poca luce, una gamma dinamica più estesa e immagini generalmente più pulite, più nitide. Inoltre, le dimensioni del sensore influenzano anche il controllo sulla profondità di campo e determinano la cosiddetta focale equivalente.

In base alle loro dimensioni fisiche, i sensori digitali rientrano generalmente in alcuni formati standard. Nello schema qui sotto abbiamo riportato quelli più comuni, impiegati dalla maggior parte delle fotocamere, con le corrette proporzioni.

Spendiamo qualche parola in più sui formati più grandi, Quattro Terzi, APS-C e Full Frame, utilizzati dalla maggior parte delle fotocamere mirrorless e da alcune compatte evolute.

Il Full Frame è il formato più ampio tra quelli comunemente diffusi, con dimensioni fisiche di 24×36 mm, che ricalcano quelle della pellicola fotografica tradizionale. Viene oggi adottato da quasi tutte le fotocamere professionali e da alcune mirrorless di fascia media.

Il più piccolo formato APS-C (22,2×14,8 mm su Canon e circa 23,6×15,7 mm negli altri sistemi) garantisce comunque prestazioni molto elevate, talvolta adatte ad un utilizzo professionale. È lo standard più utilizzato su mirrorless entry-level e mid-range, ma viene adottato anche da alcuni corpi di fascia alta (come nel caso di Fujifilm).

Il Quattro Terzi, ancora più ridotto rispetto all’APS-C è meno comune ma continua a essere utilizzato su alcune mirrorless e compatte avanzate, grazie all’ottimo compromesso tra portabilità e qualità d’immagine.

Gli smartphone, vincolati da ridotte dimensioni complessive, impiegano sensori molto più piccoli, generalmente inferiori allo standard da 1″, dalle prestazioni inevitabilmente modeste. Per compensare tali limiti fisici, si ricorre generalmente ad un’intensa elaborazione software, spesso supportata dall’intelligenza artificiale, che consente di ottenere immagini visivamente convincenti, quantomeno se visionate su schermi di piccole dimensioni.

Dal punto di vista tecnologico, le fotocamere digitali moderne utilizzano sensori di tipo CMOS, una tecnologia che consente una lettura rapida dei dati e consumi energetici contenuti. Nel tempo, i sensori CMOS hanno conosciuto importanti evoluzioni volte a migliorarne l’efficienza.

Nei sensori BSI (Back Side Illuminated, o retroilluminati), la struttura interna è progettata in modo da permettere alla luce di raggiungere i fotodiodi con meno ostacoli, aumentando così la capacità di raccolta della luce, soprattutto in condizioni di scarsa illuminazione.

I sensori stacked, infine, adottano una struttura a più strati che separa fisicamente la parte dedicata alla cattura della luce da quella destinata alla lettura ed elaborazione dei dati. Questa soluzione consente una lettura più veloce del sensore, con vantaggi evidenti nelle raffiche ad alta velocità, nel video e nella riduzione di alcuni effetti indesiderati legati alla scansione dell’immagine.

Processore d’Immagine

Il processore d’immagine è il componente della fotocamera incaricato di elaborare i dati provenienti dal sensore e di trasformarli in un’immagine finale utilizzabile, ovvero nel file fotografico (JPEG o RAW).

Quando il sensore cattura la luce, infatti, non registra direttamente una fotografia “pronta”, ma una grande quantità di informazioni grezze. È proprio il processore d’immagine ad occuparsi di interpretare questi dati, applicando una serie di operazioni fondamentali come la gestione dei colori, del contrasto, del rumore digitale e della nitidezza.

Il ruolo del processore è particolarmente evidente quando si scatta in JPEG, formato nel quale l’immagine viene già ottimizzata e compressa all’interno della fotocamera. Anche nel caso dei file RAW, tuttavia, il processore svolge un ruolo cruciale, occupandosi della lettura dei dati dal sensore, della loro organizzazione e della velocità con cui vengono scritti sulla scheda di memoria.

Oltre alla qualità dell’immagine finale, dal processore d’immagine dipendono anche molte funzioni operative della fotocamera, come la velocità di scatto continuo, le prestazioni nella ripresa video e il funzionamento dei moderni sistemi di messa a fuoco automatica, sempre più basati su calcoli in tempo reale.

Nelle fotocamere più recenti, il processore d’immagine gioca un ruolo centrale anche nell’applicazione di algoritmi avanzati, come il riconoscimento dei soggetti o la riduzione intelligente del rumore. In questo senso, rappresenta una sorta di “cervello” della fotocamera, che coordina e ottimizza il lavoro degli altri componenti.

Otturatore

L’otturatore è il componente della fotocamera incaricato di regolare la durata dell’esposizione.

È proprio grazie all’otturatore se, durante l’acquisizione dell’immagine, il sensore rimane esposto alla luce esattamente per il tempo richiesto, in base alle impostazioni di scatto, con una precisione al millesimo di secondo.

otturatore di una macchina fotografica

Nelle fotocamere dotate di otturatore meccanico, questo meccanismo è normalmente composto da due tendine posizionate davanti al sensore, che scorrono parallelamente ad esso coprendolo e scoprendolo.

La prima tendina si apre per iniziare l’esposizione, mentre la seconda la conclude. Questo sistema, utilizzato per decenni sia nelle fotocamere analogiche sia in quelle digitali, garantisce un’esposizione uniforme e un’elevata affidabilità.

Accanto all’otturatore meccanico, nelle fotocamere moderne è sempre più diffuso l’otturatore elettronico. In questo caso non avviene alcun movimento fisico: l’esposizione viene regolata, semplicemente, attivando e disattivando elettronicamente la lettura del sensore.

Questa soluzione consente scatti completamente silenziosi, evita di usurare componenti meccanici, permette tempi di esposizione estremamente rapidi e raffiche più veloci.

Nelle fotocamere mirrorless, l’otturatore elettronico ha assunto un ruolo sempre più centrale. D’altronde, proprio la rimozione di componenti fisici considerati obsoleti (specchio, pentaprisma, mirino) è stata alla base della diffusione delle mirrorless e l’otturatore elettronico è perfettamente coerente con questa filosofia.

Ad ogni modo, l’utilizzo dell’otturatore elettronico presenta dei limiti importanti, motivo per cui quello meccanico continua a essere ampiamente utilizzato e, in molti casi, preferito.

Il problema principale riguarda il cosiddetto rolling shutter, un fenomeno che può causare deformazioni dell’immagine quando si riprendono soggetti in rapido movimento o si effettuano movimenti bruschi della fotocamera.

foto scattata con otturatore meccanico ad 1/2000 di secondo
Un’elica in rapido movimento ripresa con otturatore elettronico. L’immagine mostra un’evidente deformazione dovuta al rolling shutter

L’entità di questi artefatti dipende in massima parte dalla velocità di lettura del sensore, e varia dunque a seconda della fotocamera usata.

Macchine fotografiche professionali, dotate di sensori più evoluti, riescono a contenere efficacemente questi effetti, fino a renderli impercettibili. Usando modelli entry-level (ma anche di fascia media), gli artefatti dovuti al rolling shutter rimangono invece, spesso, un ostacolo molto importante con il quale fare i conti.

Molte fotocamere offrono oggi anche modalità ibride, che combinano otturatore meccanico ed elettronico, sfruttando di volta in volta i vantaggi di entrambe le tecnologie in base alla situazione di scatto.

Di tutto ciò abbiamo discusso in modo approfondito nell’articolo dedicato all’otturatore della macchina fotografica, al quale rimandiamo per una trattazione più dettagliata.

Sistema di messa a fuoco (AF)

Il sistema di messa a fuoco, spesso indicato con la sigla AF (Autofocus), è l’insieme di tecnologie che permette alla fotocamera di regolare automaticamente la distanza di messa a fuoco, in modo da ottenere un’immagine nitida sul soggetto desiderato.

illustrazione che mostra il mirino di una reflex con punto af selezionato sovrapposto ad un'inquadratura fotografica

Nelle fotocamere moderne, la messa a fuoco automatica si basa sull’analisi dei dati provenienti dal sensore e viene gestita dal processore d’immagine, che valuta continuamente se il soggetto risulta a fuoco o meno.

Il sistema AF può essere utilizzato sia per soggetti statici sia per soggetti in movimento, adattando il proprio comportamento alla situazione di scatto.

Esistono diversi approcci alla messa a fuoco automatica, ma nelle fotocamere mirrorless il sistema più diffuso è quello basato sul sensore stesso, che consente una messa a fuoco precisa e distribuita su gran parte dell’inquadratura. Questo rappresenta uno dei principali vantaggi delle mirrorless rispetto ai sistemi più tradizionali.

Le prestazioni del sistema AF influiscono in modo diretto sull’esperienza d’uso della fotocamera, soprattutto in generi come la fotografia sportiva, naturalistica o di ritratto. Velocità, precisione e capacità di mantenere il soggetto a fuoco sono aspetti determinanti nella riuscita dello scatto.

Nelle fotocamere più recenti, il sistema di messa a fuoco è spesso affiancato da funzioni avanzate come il tracciamento del soggetto e il riconoscimento automatico di volti, occhi o animali, che rendono la messa a fuoco più affidabile anche in situazioni complesse.

Esposimetro

L’esposimetro è il sistema della fotocamera incaricato di misurare la quantità di luce presente nella scena inquadrata, al fine di determinare un’esposizione corretta.

illustrazione che mostra i parametri di scatto sul display di una macchina fotografica

In base alla quantità di luce rilevata, l’esposimetro fornisce alla fotocamera le informazioni necessarie per impostare i principali parametri di esposizione, affinché l’immagine acquisita presenti la giusta luminosità.

Quando premiamo il pulsante di scatto a metà corsa e la fotocamera ci indica i valori corretti per tempo di posa, apertura di diaframma e sensibilità ISO, è dunque proprio l’esposimetro che dobbiamo ringraziare. In sua assenza, dovremmo procedere per tentativi, fino ad indovinare un’esposizione corretta.

La valutazione dell’esposimetro non rappresenta ovviamente un vincolo: le modalità di scatto semi-automatiche e manuali permettono al fotografo di scegliere parametri diversi da quelli suggeriti, così da ricavare l’effetto artistico desiderato. Anche in questo caso, però, la rilevazione dell’esposimetro rimane un punto di partenza fondamentale.

Nelle fotocamere moderne, l’esposimetro lavora in stretta collaborazione con il sensore e con il processore d’immagine, analizzando la scena in tempo reale anche attraverso algoritmi complessi che tengono conto – non solo della luminosità complessiva – ma anche della distribuzione delle luci e delle ombre, nonché del tipo di soggetto inquadrato.

Oltre a quelli interni (integrati in qualsiasi fotocamera ed ormai straordinariamente efficienti) esistono anche esposimetri esterni, utilizzati in contesti professionali ed ambiti specifici, per misurazioni particolarmente precise.

Per saperne di più sull’argomento vi rimandiamo anche in questo caso ad un’ulteriore risorsa del nostro sito, la guida all’esposimetro ed alle modalità di misurazione.

Mirino

Il mirino è l’elemento attraverso il quale possiamo inquadrare la scena e valutare la composizione prima dello scatto.

reflex nikon

Non tutte le fotocamere ne sono dotate e la sua utilità dipende (oltre che dalle preferenze individuali) dal genere fotografico praticato e dalle condizioni ambientali. In presenza di molta luce, ad esempio, il display posteriore può risultare difficilmente leggibile.

In molte situazioni, comunque, il mirino rappresenta uno strumento fondamentale, che numerosi fotografi definirebbero irrinunciabile.

Nel mondo della fotografia digitale esistono due principali tipologie di mirino: il mirino ottico e il mirino elettronico.

Il mirino ottico è (o meglio, era) tipico delle fotocamere reflex. Il suo funzionamento è per certi versi affascinante: l’immagine attraversa l’obiettivo, viene riflessa dallo specchio interno e convogliata verso l’occhio tramite il pentaprisma.

schema che illustra come la luce viene catturata dal sensore su una fotocamera reflex
Il percorso compiuto dalla luce (linea tratteggiata) affinché l’immagine sia visibile in un mirino ottico

La visione è quindi diretta, non mediata da alcuna elaborazione elettronica. Proprio per questo motivo, il mirino ottico rimane utilizzabile anche a fotocamera spenta.

Essendo strettamente legato all’architettura delle reflex (tipologia di fotocamere ormai superata) il mirino ottico è inevitabilmente caduto in disuso e non viene più adottato dalle macchine fotografiche di concezione moderna.

Il mirino oggi integrato nelle fotocamere mirrorless è invece di tipo elettronico (EVF). Si tratta di un piccolo display che mostra in tempo reale l’immagine così come viene vista dal sensore. A differenza del mirino ottico, quello elettronico permette di osservare l’effetto delle impostazioni di esposizione, bilanciamento del bianco ed altri parametri di scatto, fornendo così una fedele anteprima dell’immagine finale.

L’evoluzione dei mirini elettronici è andata di pari passo alla diffusione delle mirrorless. I primi modelli risultavano quasi inutilizzabili, ma nel corso degli anni sono stati compiuti enormi passi avanti in termini di risoluzione, fluidità e qualità dell’immagine.

Oggi, i mirini elettronici sono strumenti affidabili e precisi anche per un utilizzo avanzato e, nella pratica, non fanno più rimpiangere i mirini ottici delle reflex.

Display

Il display posteriore è uno degli elementi principali attraverso cui interagiamo con la fotocamera e con la scena da riprendere, durante lo scatto.

Display articolato della Canon EOS 80D
Display completamente articolato di una fotocamera Canon

Agli albori della fotografia digitale, lo schermo della fotocamera era utilizzato quasi esclusivamente per navigare nei menu e configurare alcune impostazioni. Oggi, invece, è naturale inquadrare la scena direttamente attraverso il display LCD, e per molti fotografi questa rappresenta la modalità preferita per lo studio della composizione.

Il display risulta particolarmente utile quando si scatta da angolazioni non convenzionali, in macrofotografia, nella fotografia paesaggistica o durante la ripresa video, dove l’utilizzo del mirino può risultare scomodo o poco pratico. In alcuni casi, inoltre, si tratta di una scelta obbligata, dal momento che esistono mirrorless prive di mirino.

Dal punto di vista costruttivo, i display possono essere fissi oppure articolati. Su alcune fotocamere lo schermo è solidale al corpo macchina, mentre nella maggior parte dei modelli può essere inclinato verso l’alto e verso il basso, oppure è completamente orientabile, così da rendere ancora più agevole lo studio della composizione.

Oggi, la maggior parte delle fotocamere dispone inoltre di display touchscreen, che consente di navigare rapidamente nei menu, modificare le impostazioni principali e selezionare direttamente il punto di messa a fuoco con un semplice tocco.

Le caratteristiche più rilevanti di un display sono le dimensioni fisiche e la risoluzione. La dimensione viene espressa in pollici e, nelle fotocamere attuali, si aggira generalmente intorno ai 3 pollici di diagonale, con valori leggermente superiori in alcuni modelli di fascia più alta.

La risoluzione del display indica invece il numero di pixel che compongono lo schermo e influisce sulla qualità della visualizzazione dell’immagine. I display moderni presentano risoluzioni che vanno indicativamente da 1 a 2 milioni di punti, consentendo una valutazione più accurata dei dettagli, dell’esposizione e della resa complessiva dell’immagine direttamente sul campo.

Stabilizzatore d’immagine

La stabilizzazione dell’immagine è un sistema progettato per ridurre gli effetti dei piccoli movimenti involontari della fotocamera in fase di scatto, contribuendo a limitare il rischio di immagini mosse e a ottenere risultati più nitidi.

sony FE 200-600mm f/5.6-6-3 G OSS
La stabilizzazione ottica è considerata ormai un requisito essenziale sui teleobiettivi

I primi stabilizzatori sono stati quelli integrati nell’obiettivo (stabilizzazione ottica, spesso indicata come OIS). In questo caso, alcuni gruppi di lenti all’interno dell’obiettivo vengono spostati in modo controllato per compensare i movimenti della fotocamera.

In seguito, soprattutto con l’avanzata delle mirrorless, hanno fatto la loro comparsa gli stabilizzatori in-camera (IBIS, che sta per ‘in body image stabilization‘). In questa modalità è il sensore stesso a muoversi, in modo impercettibile, così da contrastare le vibrazioni.

Entrambe le soluzioni hanno comunque lo stesso scopo: mantenere l’immagine il più possibile stabile durante l’esposizione.

Ad oggi, la maggior parte degli obiettivi (quantomeno a focali dal medio-tele in su) dispone di uno stabilizzatore d’immagine. La stabilizzazione a livello di sensore, invece, è normalmente disponibile su macchine fotografiche di fascia medio-alta e può operare in sinergia con quella eventualmente presente negli obiettivi, per prestazioni ancora superiori.

L’efficacia della stabilizzazione dell’immagine – che sia a livello di sensore o di ottica – viene espressa in stop (la principale unità di misura legata alla tecnica fotografica, ne abbiamo parlato nella pagina dedicata all’esposizione).

Questo valore indica di quanto è possibile allungare il tempo di esposizione rispetto a uno scatto privo di stabilizzazione, mantenendo comunque l’immagine nitida. Ad esempio, una stabilizzazione dichiarata di 3 stop dovrebbe consentire di utilizzare tempi di scatto otto volte (due alla terza) più lunghi rispetto al limite normalmente consigliato per lo scatto a mano libera.

Ovviamente, i benefici offerti dalla stabilizzazione riguardano esclusivamente i movimenti della macchina fotografica (e delle mani che la impugnano), non del soggetto inquadrato. Se questo si muove, bisognerà comunque usare un tempo di posa adeguatamente rapido, che sia presente o meno lo stabilizzatore.

Flash Integrato

La maggior parte delle macchine fotografiche dispone di un piccolo flash incorporato, che funge da fonte di illuminazione ausiliaria quando la luce ambiente non è sufficientemente intensa.

Il flash integrato ha normalmente una portata piuttosto limitata: dai 4 ai 7 metri circa quello delle compatte e fino a 10-12 metri quello di reflex e mirrorless amatoriali.

Nella maggior parte dei casi, il flash si attiva automaticamente nel momento in cui la fotocamera rilevasse una quantità di luce insufficiente e fosse impostata su una modalità automatica. Più raramente è invece richiesto di attivare il flash manualmente.

In ogni caso, il flash integrato è da considerarsi una soluzione d’emergenza. La qualità della luce emessa è infatti molto scadente (perché dura e frontale), il che incide pesantemente sull’estetica della foto. Anche per questo motivo, la maggior parte delle fotocamere professionali o comunque più avanzate, non dispone di questo componente.

Schede di memoria

Le schede di memoria sono il supporto sul quale la fotocamera salva immagini e video. Senza un sistema di archiviazione, di fatto, una fotocamera non potrebbe essere utilizzata.

i due slot di memoria della mirrorless Canon EOS R7
Mirrorless dotata di due slot di memoria separati

Attualmente, la maggior parte delle macchine fotografiche è compatibile con comuni schede SD (SDHC e SDXC). Alcuni modelli più avanzati (soprattutto se di concezione sportiva o particolarmente votati alle riprese video) richiedono invece più impegnative schede CFexpress o XQD, caratterizzate da velocità di scrittura elevatissime.

La scelta della scheda di memoria dovrebbe essere rapportata al tipo di fotografia praticata. Per generi statici (paesaggio, ritratto, fotografia di viaggio…) anche schede non particolarmente veloci sono sufficienti: in questi casi, infatti, non sorge l’esigenza di scrivere rapidamente sul supporto di memoria.

Diverso è il caso della fotografia d’azione, della fotografia sportiva o naturalistica, così come della ripresa video ad alta risoluzione (4K e oltre). In queste situazioni, la fotocamera genera grandi quantità di dati in tempi brevissimi, rendendo indispensabile l’utilizzo di schede molto veloci, in grado di sostenere raffiche prolungate e flussi video elevati, senza rallentamenti o interruzioni.

Le prestazioni di una scheda vengono indicate tramite classi di velocità, che specificano la velocità minima di scrittura garantita. Scegliere una scheda sottodimensionata rispetto all’uso previsto può tradursi in buffer che si saturano rapidamente, raffiche interrotte anzitempo o problemi nella registrazione video.

Alcune fotocamere di fascia medio-alta presentano, come interessantissimo optional, quello di disporre di due slot separati per le schede di memoria. Le modalità di utilizzo del secondo slot variano a seconda del modello ma, in generale, questo può essere utilizzato per creare una copia di backup di ciascuna foto, per separare video dalle fotografie o i JPEG dai RAW, oltre ovviamente che come supporto principale ad esaurimento della prima scheda.

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